Misterioso come un figlio (bilingue)

10/02/2015

 

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RACCONTI DI UNA MAMMA ITALIANA TRAPIANTATA A LONDRA

 

Non si cresce in un luogo, si cresce in una lingua (cit) si diventa gli adulti che saremo poco a poco, grazie al lavoro silenzioso e inafferrabile di sfumature e intonazioni di chi parla intorno a noi, non solo di chi parla a noi. Mentre impariamo a parlare impariamo a pensare, e quello che diciamo quando iniziamo a dire è un precipitato sempre unico delle persone e delle relazioni in cui abbiamo imparato a comunicare.

Le parole giuste non servono solo per parlare, aiutano a pensare, a capire se stessi prima ancora che gli altri.
Scherzare, offendere, amare, spiegarsi e capirsi non hanno contenuti sempre traducibili come "passami il sale" o "dov'è l'uscita" e parlare è di più, molto di più, che dirsi cose.

 

Chi abita all'estero dell'aspetto informativo della lingua smette presto di preoccuparsi: i figli imparano più in fretta di noi a chiedere dove sia il bagno e tutto il resto.

E' il capirli davvero là in fondo, dove la loro mente fonde lingue diverse e i mondi che ognuna di esse porta in sè, la vera sfida.

Noi adulti espatriati ci arrabattiamo come possiamo in un'espressione mista, dove il background italiano reagisce su una quotidianità tradotta di continuo. Con pezzi che si perdono per strada, tra vocaboli incredibilmente rimossi, e altri che si aggiungono e aumentano il senso di quel che si dice. Ci rintaniamo nella spontaneità inaspettata delle lingue, che ci coglie di sorpresa persino nel parlare in famiglia o con amici, quando riconosciamo lo scorno di alcune parole che per tutti ormai si dicono solo in inglese. Ci vediamo "a pick up", non "fuori da scuola". Con risultati ridicoli, certamente, che è bene scongiurare quando si torna in patria.

E ormai anche l'espressione, quella profonda, quella che usa le parole come monete di scambio complesse e non solo come mezzi per trasmettere un contenuto informativo, quella è per tutti noi sempre di più un'espressione che si sporca. 

Voler dire quel che si vuole dire veramente, dal profondo, significa pescare dietro la lingua traducibile, lì dove agiscono rapporti complessi tra le parole e il senso che ognuna di esse ha per noi, solo per noi.

Quando sentiamo parlare i nostri figli, la profondità linguistica si fa esplosiva, affascinante e misteriosa.

I figli di ciascuno di noi -diceva Gibran meglio e prima di me- sono frecce lanciate lontano dai nostri archi, destinate a dimensioni che potremo sempre solo intravedere all'orizzonte, mai abitare completamente. Questo per tutti, a prescindere dalla lingua di scambio.

Quando si vede i propri figli crescere all'estero ce ne si rende conto con più forza. E forse anche più paura.

Il loro è un universo ancora più altro rispetto al nostro. Le loro emozioni hanno già tutte le sfumature dell'aplomb inglese e della passionalità italiana, quando cercano le parole per esprimersi saltano da un lato all'altro e persino quello che provano non è solo italiano né solo inglese. Interagiscono con amici con cui condividono il lato inglese, che a loro volta portano con sé altre innumerevoli sfaccettature geografiche con tutti i sensi delle loro lingue e culture. Come piccoli poliedri che hanno in comune un lato solo.

Unici, irripetibili e soprattutto intraducibili.

 

In Italia si sa che l'inglese va imparato. Ci sono arrivati anche i politici più spudorati, con nuovi progetti per la scuola che si vorrebbe definire visionari ma sembrano piuttosto allucinogeni. E ancora una volta sta ai genitori prender posizioni e decisioni.

C'è chi "mah, in fondo l'abbiamo imparato tutti da grandi e viviamo benissimo" e chi "se non iniziano al nido non lo impareranno mai"...Come spesso, torti e ragioni si spalmano abbondantemente su tutti noi. C'è persino chi si lancia, armato delle più buone intenzioni -che purtroppo sono anche quelle più portate a far danni e lastricare il proverbiale inferno- e parla ai figli in inglese. Senza essere inglese. Con accento italiano. E mentalità italiana. Con buona pace di sfumature emotive e senso dell'umorismo, che quello no, non si traduce alla buona.

 

Chi scrive non ha competenze professionali per diramare consigli. Ma come mamma un po' di occhio -e orecchio- lo ha affinato. Questi figli che iniziano a parlare hanno più emozioni e idee di quante ogni lingua potrà mai esprimerne. Poter offrire loro occasioni di imparare altre lingue è certamente una fortuna da sfruttare. Essere noi -consapevolmente- la loro lingua madre, la loro voce emotiva, un'occasione da non perdere.

 

Cecilia Antolini

 

 

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