Vittorie

02/09/2016

 

 

Guardando i Giochi Olimpici in questi giorni e, in particolare, le facce degli atleti sul podio, ho pensato spesso ad una cosa che mi è capitato di dire e scrivere in riferimento alla mia tanto attesa e un po’ miracolosa gravidanza.

Ci penso e guardo i loro volti, cercando di capire se quella medaglia se la aspettassero o meno. Cerco di scorgere in quei volti il segnale di coloro che si trovano lì inaspettatamente, non so, magari avendo battuto il superfavorito, oppure avendo fatto la gara della vita, quella che non ti ricapita più. E lo sai. 

Perché la differenza in quei volti si vede. Si vede dagli occhi, che hanno una luce diversa. Diversa da quelli che, invece, sanno di essere i più forti.

Ecco io, spesso, mi sono sentita durante la mia gravidanza come uno di questi atleti. Come uno di questi giocatori scarsi che vincono una medaglia d'oro e la cui vittoria non potrà mai essere uguale a quella del giocatore più forte. Ma una vittoria dal sapore speciale. Il sapore dell’impresa. 

Per questo ho sempre pensato che le gravidanze come la mia abbiano con sé un sapore diverso rispetto ad altre. Non più degne o meno, sia ben chiaro, ogni vita che viene al mondo ha la stessa dignità, ma essendo più sofferte hanno indubbiamente una considerazione diversa da parte di chi le raggiunge, diversa da quelle venute così, quasi senza pensarci, o senza difficoltà. 

Ho guardato tanti pancioni di mamme come ho guardato gli occhi degli atleti sul podio, cercando di capire che tipo di pancia fosse quella. Come se cercassi solidarietà solo in quegli occhi che, come i miei, erano increduli.

Per mesi, anche oltre il primo trimestre, ho evitato fatiche, sollevamenti pesi e persino troppe scale nell’intento di preservare un pancione che non mi sembrava vero di avere, trattandolo come una fragilissima sfera di cristallo che avrebbe potuto rompersi da un momento all’altro.

Tante precauzioni inutili, stupidissime se le racconto a tante donne, ma che per me erano la naturale conseguenza del percorso che mi aveva portato lì, su quel mio personalissimo podio, senza averne nessun merito particolare.

Perché è questa la differenza: un figlio non è come una medaglia. Un figlio non è un merito e non dovrebbe essere mai considerato tale. Qualunque sia il cammino che ti abbia portato ad averlo.

Io mi sono  sentita e mi sento ancora oggi, spesso, come la destinataria di un dono immeritato, rispetto a tante altre donne che, pur desiderandolo, non lo hanno ricevuto. Per questo ho fatto di tutto fin dall’inizio della gravidanza per proteggerlo, anche esageratamente.  

Ma tutto questo mi ha fatto capire il contrario e cioè che non c’è niente che una donna o un uomo possano fare per meritare un figlio. 

Un figlio non si merita, così come non si demerita. Si deve accettare e basta. Un figlio non è, e non deve essere, la ragione di vita di un genitore, non si può dare loro questa responsabilità. Non è giusto. 

Un figlio è una vita, che appartiene solo a lui, e di cui possiamo essere solo il trampolino di lancio.

Perciò Pietro, Amore mio, farò di tutto per essere una buona madre per te, per far si che i tuoi sogni si avverino, ma questo è tutto ciò che posso fare. 

Poi, Amore sarai tu a dover giocare la tua partita, non importa se con o senza medaglie. 

 

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