La storia di Grazia, Matteo e di quel mostro chiamato autismo

 

Quando scoprii di essere incinta, il mio cuore quasi esplodeva dalla felicità. Cosa avrei potuto desiderare di più? Avevo un marito innamorato perdutamente di me, una casa meravigliosa, una famiglia affiatata e una nuova vita cresceva dentro di me.
Trascorsi la gravidanza serenamente ed arrivai al parto senza un filo di paura.

La nascita di Matteo sconvolse la mia esistenza, ero completamente assorbita dalle sue esigenze, amavo trascorrere ore intere a guardarlo mentre dormiva o a respirare il suo meraviglioso profumo.

Le prime settimane trascorsero serenamente, tra una poppata ed una coccola.

Mai avrei immaginato quale terremoto avrebbe sconvolto la mia vita perfetta.

A partire dal secondo mese, cominciai a notare che Matteo era diverso dai figli delle mie amiche. Sapevo che ogni bambino ha i suoi tempi, rispettavo quelli di mio figlio, eppure qualcosa mi turbava profondamente.

Cominciai ad osservare il comportamento del mio piccolo.
Non sorrideva, non giocava con me, non rispondeva ai miei stimoli. Interrogai il pediatra, che molto superficialmente mi disse che ero troppo apprensiva e che alla fin fine il bambino era piccolo e che avevo troppe pretese.

 

Sapevo che qualcosa non andava.

 

Mio marito mi diceva che ero fissata, che mi stavo facendo dei problemi che non esistevano. La mia famiglia mi faceva sentire come un uccello del malaugurio, che vedeva problemi lì dove non ce ne erano.

Eppure qualcosa continuava a turbarmi.

Matteo viveva in un mondo che non era il mio. Trascorrevo ore a chiamare il suo nome, ma inutilmente: non si girava mai a cercarmi. Inoltre non parlava, non sillabava, non vocalizzava nemmeno.
Era capace di rimanere per ore nella culla a fissare il vuoto, quello stesso vuoto che si formava nel mio cuore, pietrificato dalla paura di dover affrontare prima o poi il problema che rendeva il mio piccolo Matteo un bambino speciale.

Intanto i mesi passavano velocemente e il mio piccolo Matteo festeggiò il suo primo compleanno. O meglio, gli invitati festeggiarono perché lui rimase in un angolo per tutto il tempo.
Inizialmente pensai che fosse sordo, oppure muto. Lo portai da diversi specialisti che però esclusero queste opzioni. Cosa aveva il mio bambino?

Matteo a due anni non interagiva col mondo, non interagiva con me.
È difficile spiegare cosa io abbia provato in quegli anni. Non esiste per una madre, tortura peggiore di un figlio che ti esclude dal suo mondo. Vieni esclusa dalle sue emozioni, dalle sue conquiste, dalle sue paure e dai suoi timori. Viveva in una dimensione parallela: era fisicamente presente, ma la sua mente no, la sua mente era lontanissima.

 

Rifiutava i miei abbracci, i miei baci, evitava me e chiunque altro.

 

Poi cominciarono le crisi: urla improvvise, senza alcun senso. Nulla riusciva a calmarlo se non l’asciugacapelli. Poteva rimanere ore intere ad ascoltare quel rumore che per me, nel tempo, divenne snervante…

Cercavo di imporre la mia presenza davanti a quegli occhioni neri e profondi, ma era come se io non esistessi.

Matteo, figlio mio, guardami!

Ogni volta che cercavo di parlare dei problemi di nostro figlio con mio marito, nascevano liti infinite: per lui era solo un bambino timido, introverso.

Lo iscrivemmo all’asilo: forse aveva bisogno di socializzare con i bambini della sua età.

Ma le cose peggioravano sempre di più. Matteo si isolava, non partecipava a nessuna attività nonostante i mille sforzi delle insegnanti. Era come uno spettatore che guardava restando in disparte uno spettacolo a cui non voleva prendere parte: la vita!

I mesi passavano velocemente, e la rabbia nei confronti di mio marito, che non vedeva il problema, diventava sempre più grande: le liti erano ormai all’ordine del giorno.

Mi sentivo come sotto una campana di vetro: urlavo i miei dubbi e le mie paure ma nessuno mi sentiva.

Fino allo scorso settembre, quando decisi di chiedere la separazione da mio marito se non avesse portato Matteo da uno specialista.

Messo con le spalle al muro, accettò di accompagnarmi. Adesso credo che l’atteggiamento di mio marito sia stato dettato dalla terribile paura di guardare in faccia alla realtà: mio figlio era diverso, la sua vita non sarebbe stata facile e noi saremmo dovuti essere il suo scudo in perpetuo.
Andammo da un logopedista, che a sua volta ci indirizzò presso un centro a Milano.

Il viaggio verso Milano fu interminabile: cosa ci aspettava? Era davvero un blocco momentaneo?

Di quei giorni trascorsi tra le consulenze di mille specialisti ricordo pochissimo.
Ricordo solo il momento finale, quando fummo convocati della fredda stanza del medico che ci diede una diagnosi che avrebbe cambiato per sempre la nostra vita.

Quando scoprii di essere incinta, il mio cuore quasi esplodeva dalla felicità. Cosa avrei potuto desiderare di più? Avevo un marito innamorato perdutamente di me, una casa meravigliosa, una famiglia affiatata e una nuova vita cresceva dentro di me.
Trascorsi la gravidanza serenamente ed arrivai al parto senza un filo di paura.

La nascita di Matteo sconvolse la mia esistenza, ero completamente assorbita dalle sue esigenze, amavo trascorrere ore intere a guardarlo mentre dormiva o a respirare il suo meraviglioso profumo.

Le prime settimane trascorsero serenamente, tra una poppata ed una coccola.

Mai avrei immaginato quale terremoto avrebbe sconvolto la mia vita perfetta.

A partire dal secondo mese, cominciai a notare che Matteo era diverso dai figli delle mie amiche. Sapevo che ogni bambino ha i suoi tempi, rispettavo quelli di mio figlio, eppure qualcosa mi turbava profondamente.

Cominciai ad osservare il comportamento del mio piccolo.
Non sorrideva, non giocava con me, non rispondeva ai miei stimoli. Interrogai il pediatra, che molto superficialmente mi disse che ero troppo apprensiva e che alla fin fine il bambino era piccolo e che avevo troppe pretese.

 

Sapevo che qualcosa non andava.

 

Mio marito mi diceva che ero fissata, che mi stavo facendo dei problemi che non esistevano. La mia famiglia mi faceva sentire come un uccello del malaugurio, che vedeva problemi lì dove non ce ne erano.

Eppure qualcosa continuava a turbarmi.

Matteo viveva in un mondo che non era il mio. Trascorrevo ore a chiamare il suo nome, ma inutilmente: non si girava mai a cercarmi. Inoltre non parlava, non sillabava, non vocalizzava nemmeno.
Era capace di rimanere per ore nella culla a fissare il vuoto, quello stesso vuoto che si formava nel mio cuore, pietrificato dalla paura di dover affrontare prima o poi il problema che rendeva il mio piccolo Matteo un bambino speciale.

Intanto i mesi passavano velocemente e il mio piccolo Matteo festeggiò il suo primo compleanno. O meglio, gli invitati festeggiarono perché lui rimase in un angolo per tutto il tempo.
Inizialmente pensai che fosse sordo, oppure muto. Lo portai da diversi specialisti che però esclusero queste opzioni. Cosa aveva il mio bambino?

Matteo a due anni non interagiva col mondo, non interagiva con me.
È difficile spiegare cosa io abbia provato in quegli anni. Non esiste per una madre, tortura peggiore di un figlio che ti esclude dal suo mondo. Vieni esclusa dalle sue emozioni, dalle sue conquiste, dalle sue paure e dai suoi timori. Viveva in una dimensione parallela: era fisicamente presente, ma la sua mente no, la sua mente era lontanissima.

 

Rifiutava i miei abbracci, i miei baci, evitava me e chiunque altro.

 

Poi cominciarono le crisi: urla improvvise, senza alcun senso. Nulla riusciva a calmarlo se non l’asciugacapelli. Poteva rimanere ore intere ad ascoltare quel rumore che per me, nel tempo, divenne snervante…

Cercavo di imporre la mia presenza davanti a quegli occhioni neri e profondi, ma era come se io non esistessi.

Matteo, figlio mio, guardami!

Ogni volta che cercavo di parlare dei problemi di nostro figlio con mio marito, nascevano liti infinite: per lui era solo un bambino timido, introverso.

Lo iscrivemmo all’asilo: forse aveva bisogno di socializzare con i bambini della sua età.

Ma le cose peggioravano sempre di più. Matteo si isolava, non partecipava a nessuna attività nonostante i mille sforzi delle insegnanti. Era come uno spettatore che guardava restando in disparte uno spettacolo a cui non voleva prendere parte: la vita!

I mesi passavano velocemente, e la rabbia nei confronti di mio marito, che non vedeva il problema, diventava sempre più grande: le liti erano ormai all’ordine del giorno.

Mi sentivo come sotto una campana di vetro: urlavo i miei dubbi e le mie paure ma nessuno mi sentiva.

Fino allo scorso settembre, quando decisi di chiedere la separazione da mio marito se non avesse portato Matteo da uno specialista.

Messo con le spalle al muro, accettò di accompagnarmi. Adesso credo che l’atteggiamento di mio marito sia stato dettato dalla terribile paura di guardare in faccia alla realtà: mio figlio era diverso, la sua vita non sarebbe stata facile e noi saremmo dovuti essere il suo scudo in perpetuo.
Andammo da un logopedista, che a sua volta ci indirizzò presso un centro a Milano.

Il viaggio verso Milano fu interminabile: cosa ci aspettava? Era davvero un blocco momentaneo?

Di quei giorni trascorsi tra le consulenze di mille specialisti ricordo pochissimo.
Ricordo solo il momento finale, quando fummo convocati della fredda stanza del medico che ci diede una diagnosi che avrebbe cambiato per sempre la nostra vita.

 
“Suo figlio è autistico”.

 

Sentii un brivido gelido lungo la schiena, il respiro mi mancò per qualche istante. Pensavo di svenire.
Non capii nulla delle parole del medico, volevo solo piangere ed urlare.
Durante tutto il lungo viaggio di ritorno in treno, io e mio marito non proferimmo parola. I nostri sguardi persi nel vuoto cercavano una ragione a tutto ciò.

Arrivati a casa cominciammo a piangere, ad urlare. Rompemmo tutti i bicchieri della credenza, piangemmo tutte le lacrime che avevamo; sfogammo così il nostro dolore.

Poi ci abbracciammo, rimanemmo stretti nel nostro dolore a piangere di disperazione per tutta la notte. Cosa ci aspettava ora? Perché proprio al nostro piccolo Matteo?

Ed è da qui che abbiamo pian piano ricominciato: dal nostro piccolo Matteo. Perché era lui il nostro amore e lui ci avrebbe dato la forza per portare sulle spalle questo pesante macigno. Anche se lui non interagiva con noi, noi amavamo lui incondizionatamente.

Era nostro figlio, era speciale, ma rimaneva nostro figlio.

Così pian piano, abbiamo raccolto i cocci dei bicchieri rotti, lo abbiamo fatto insieme, talvolta tagliandoci le dita, facendoci male, ma lo abbiamo fatto per lui, perché non si tagliasse. E insieme, per lui, abbiamo raccolto i cocci della nostra vita, perché nulla potesse fargli male. Ed abbiamo ricominciato da una nuova alba.

Sentii un brivido gelido lungo la schiena, il respiro mi mancò per qualche istante. Pensavo di svenire.
Non capii nulla delle parole del medico, volevo solo piangere ed urlare.
Durante tutto il lungo viaggio di ritorno in treno, io e mio marito non proferimmo parola. I nostri sguardi persi nel vuoto cercavano una ragione a tutto ciò.

Arrivati a casa cominciammo a piangere, ad urlare. Rompemmo tutti i bicchieri della credenza, piangemmo tutte le lacrime che avevamo; sfogammo così il nostro dolore.

Poi ci abbracciammo, rimanemmo stretti nel nostro dolore a piangere di disperazione per tutta la notte. Cosa ci aspettava ora? Perché proprio al nostro piccolo Matteo?

Ed è da qui che abbiamo pian piano ricominciato: dal nostro piccolo Matteo. Perché era lui il nostro amore e lui ci avrebbe dato la forza per portare sulle spalle questo pesante macigno. Anche se lui non interagiva con noi, noi amavamo lui incondizionatamente.

Era nostro figlio, era speciale, ma rimaneva nostro figlio.

Così pian piano, abbiamo raccolto i cocci dei bicchieri rotti, lo abbiamo fatto insieme, talvolta tagliandoci le dita, facendoci male, ma lo abbiamo fatto per lui, perché non si tagliasse. E insieme, per lui, abbiamo raccolto i cocci della nostra vita, perché nulla potesse fargli male. Ed abbiamo ricominciato da una nuova alba.

 

Nicole Curioni

 

Mail: Nicole@diventaremamma.com

 

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