GRAVIDANZA E MALATTIE INFIAMMATORIE INTESTINALI: E' POSSIBILE?

Morbo di Crohn, rettocolite ulcerosa e gravidanza. Perché le due malattie infiammatorie croniche intestinali a braccetto con una delle fasi più emozionanti della vita? Per fare chiarezza sulla possibilità che le pazienti hanno di estendere la famiglia, indipendente dalla condizione di cui soffrono. Il Crohn e la rettocolite ulcerosa non impediscono alle donne di rimanere incinte. Qualche accorgimento in più però è necessario.

 

 

Gravidanza e allattamento

Se l'obiettivo è quello di affrontare una gravidanza, meglio considerare come periodo più opportuno quello in cui la malattia è in remissione. In estrema sintesi, questo è il messaggio che emerge da un documento redatto dall'Associazione Italiana dei Gastroenterologi Ospedalieri (Aigo). «Abbiamo voluto fare chiarezza su questo tema, perché diversi studi avevano evidenziato come un giovane su tre affetto dal morbo di Crohn o dalla rettocolite ulcerosa sia convinto di non poter avere un figlio - afferma Aurora Bortoli, gastroenterologa all'istituto Auxologico e autore del documento -. La gravidanza è possibile, purché la si affronti quando la malattia è in remissione almeno da tre mesi. In questo modo si azzerano i rischi che maturano quando la malattia invece è in corso: l'abortività, il parto pretermine e il basso peso alla nascita». Le errate convinzioni dei pazienti, frutto di un'informazione finora carente sul tema, hanno portato spesso a considerare le persone affette da una malattia infiammatoria cronica intestinale a maggior rischio di infertilità. Un altro dei timori dei malati è legato all'effetto dei farmaci sul feto, che in molti casi si traduce nell'interruzione delle terapie senza l'indicazione da parte di un medico. 

 

 

COME GESTIRE LE TERAPIE?

«Le cure devono essere portate avanti anche durante la gravidanza, pur se la malattia è in remissione - prosegue la specialista -. Le uniche controindicazioni, valide anche durante l'allattamento, riguardano l'uso del talidomide e del metotrexate, che vanno sospesi almeno tre mesi prima di una gravidanza. Nel primo trimestre, invece, il consiglio è di evitare due antibiotici: il metronidazolo e la ciprofloxacina. I controlli vanno effettuati comunque ogni tre mesi, oltre che al bisogno, per rivalutare il decorso della malattia e la terapia in corso». Per quel che riguarda gli anti-TNF alfa, i farmaci biologici usati quasi sempre come seconda linea (dopo aver registrato il fallimento di altre terapie), «dato il passaggio placentare, dal secondo e, in particolare, nel terzo trimestre, è consigliabile sospendere il farmaco a partire dalla 24-26esima settimana, sopratutto se la remissione della malattia è stabile». Quando la colite severa non risponde al trattamento farmacologico, il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa richiedono il ricorso alla chirurgia. In questi casi un basso rischio di subfertilitàesiste, mentre nel corso della gravidanza una precedente operazione può determinare un aumento della motilità intestinale e incontinenza fecale. «In questi casi tocca al ginecologo decidere la modalità di parte migliore - prosegue Bortoli -. Il parto naturale non è controindicato, ma se la malattia è attiva a livello rettale e ci sono delle fistole perianali attive si tende a prediligere il parto cesareo».

 

 

Svezzamento e prima infanzia

Potrò concepire e avere figli? La gravidanza peggiora la malattia? O viceversa: rischia di avere un effetto negativo sull'infiammazione? Le risposte alle domande delle donne malate di Crohn o di rettocolite ulcerosa sono dunque confortanti. Lo stesso si può dire per il rischio di trasmettere la stessa condizione al figlio. «La genetica esercita un ruolo nel rischio di sviluppare una malattia infiammatoria intestinale, ma diversi fattori ambientali sono coinvolti e possono avere un ruolo importante - aggiunge la specialista -. La possibilità di trasmissione di una delle due malattie alla prole è leggermente più alta, rispetto alla diffusione nella popolazione generale, ma sempre discretamente bassa. I figli con un genitore affetto da colite ulcerosa o dalla malattia di Crohn hanno un rischio pari al 6,8 per cento di avere la stessa condizione».

 

Tratto da: Fondazione Veronesi 

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