Geppi Cucciari: «Andrà ragionevolmente meglio»

26/06/2020

Ci sono «Maracaibo» ma anche il profumo dell’elicriso: un’attrice spiega l’enigma della sua terra, la Sardegna. Che è «come il jazz, non tutti la capiscono»
 
 
Come i più attenti avranno notato, nonostante le mie vocali perfette, sono sarda. So che dalla vostra carta d’identità non si direbbe, ma siete un po’ sardi anche voi. Perché tutti hanno un sardo nell’armadio. Eccezionalmente l’idraulico, più spesso un cugino, una zia, un nonno, un compare, un ex fidanzato/a. E per noi sardi, diciamo così, un filo più endemici, sentirvelo rivendicare risulta sempre sorprendente.

 

Geppi Cucciari, 46 anni, è nata a Cagliari ma è cresciuta a Macomer (Nuoro). Su Rai Radio 1 conduce con Giorgio Lauro Un giorno da pecora, da lunedì a venerdì alle 13.30.

Quel che ci piace, di voi sardi per caso, è l’entusiasmo, talvolta persino corrisposto, di includervi, di integrarvi. Noi abbiamo scoperto il distanziamento di sicurezza molto prima della fase 1, perché nessun uomo è un’isola ma il sardo parte avvantaggiato e lo diventa volentieri. Noi stiamo larghi, da sempre, sparpagliati; la mia provincia, Nùoro (con l’accento sulla u), è quella tra le 80 italiane col più basso indice di densità abitativa d’Italia: 37 abitanti per chilometro quadrato contro i 2.071 di Milano, la città in cui la mia vita, e io con lei, ci siamo portate.

Ci guardate da lontano e credete di conoscerci. Mentre spesso non solo a conoscerci, ma pure a capirci, troviamo difficoltà noi stessi. Eppure venite. E magari non ve lo dimostriamo sempre sempre, ma ci fate piacere, e in questa fase in cui per un attimo qualcuno ha fatto fatica a distinguere un lombardo da un saraceno, è bene ricordarlo una volta in più. Qualcuno viene spesso, qualcuno ogni tanto, qualcuno tutti gli anni e sempre nello stesso posto, tipo Villasimìus, continuandola cionondimeno a chiamare Villasìmius. Forse per confermare che persino la Sardegna, la sorprendente Sardegna, la Sardegna che amo e in cui ho le mie radici, dove voglio realizzare un nuovo miracolosardiano, alla fine è come il jazz: non tutti la capiscono.

La pietra che suggella l’ingresso in Costa Smeralda non è come le colonne d’Ercole: se la superi, non cadi nel vuoto. Poi, certo, chiunque può essere giustamente felice cantando Maracaibo con Umberto Smaila. Ma tutto cambia, come cantava Mercedes Sosa, quando l’odore dell’elicriso prende il sopravvento, quando la Costa Smeralda riprende il suo vero nome, ossia Gallura, e la vacanza diventa viaggio. Se poi torni verso la costa, la cui conformazione frastagliata ci dona il record italiano di lunghezza del litorale, 1.849 chilometri, in un punto qualsiasi, ritrovi la sabbia che brilla alla luna. Quella che ti porta via. La luna, non la sabbia. Tu, la sabbia, lasciala lì. Magari facci l’amore sopra, per quanto sia più suggestivo che comodo. Ma poi lasciala. Ci serve. Per altri che ci faranno l’amore.

Lo so: qualcuno verrà solo perché prima andava in Grecia, spinto dal risentimento per quelle frontiere inizialmente chiuse. Se posso: non odiateli. Anzi: non odiate. A un certo punto dal satellite, unendo i puntini sull’Italia, usciva la parola «contagio». Li capisco, i cugini. Anche noi sardi abbiamo dato come l’impressione di volerci chiudere in una sorta di lockdown emotivo, come se qualcuno che mi chiede il tampone prima di vedermi sia un segno di diffidenza e non una banale garanzia reciproca. O almeno credo e spero. Alla fine, visto che eravamo tutti sullo stesso traghetto, verso dove chissà, ci sono stati problemi di comunicazione e di paure neanche tanto ancestrali.

Come quella di ammalarsi o di vedere ammalato chi si ama. Con tutto quel che è successo, capita. Ogni sardo ricorda il primo viaggio fuori dalla Sardegna. Se in nave, l’avrà sempre con sé sottopelle. Vedere Golfo Aranci diventare piccolo mentre il mare diventa scuro è uno strappo dell’anima, anche perché sul ponte mentre te ne vai manco incontri Terence Granchester, come una Candy Candy qualsiasi.

Ma talvolta le parole sono pietre. E noi, storicamente, le pietre sappiamo tirarle, se non le usiamo per fare i nuraghi. E allora usiamole per costruire ponti. Vogliamoci bene l’un l’altro. Vogliamo bene anche alle parole. Eja vuol dire «», è un’affermazione, non usatela a caso. Ajò vuol dire «andiamo» sia in senso fisico motorio che in senso esortativo, come dire «forza». Non pronunciatelo per salutare, è fuorviante, sbagliato e anche fastidioso.

E se posso regalarvene qualcuna, di parole, le prendo in prestito da mia nonna. Che ogni volta si congedava con un sorriso largo e bello, e mi diceva: «Bae in bon’ora». Vai verso ore buone. Che lo siano quelle di tutte e tutti, da questa estate in poi.

Andrà tutto ragionevolmente meglio.
«Bazzisi (voi) in bon’ora».

 

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