TRA I RISCHI DELLA RETE: IL CYBERBULLISMO

In un ambito così vasto come quello tecnologico sono presenti, soprattutto per i soggetti in età evolutiva, tante risorse quanti rischi e tra questi figura sicuramente il cyberbullismo.

Tale fenomeno, corrispettivo digitale del bullismo, costituisce una forma di violenza psicologica, un particolare tipo di abuso che non utilizza pugni o schiaffi per ferire, bensì principalmente le parole e il loro rovescio, il silenzio. Priva del sussidio di prove empiriche, la violenza psicologica è difficile da riconoscere, agisce spesso silenziosamente e può realizzarsi in diversi ambiti (dalla famiglia al contesto di lavoro, dalla scuola al web), a prescindere dal genere, dall’età e dalle caratteristiche socio-culturali delle persone coinvolte. Parlare di questa forma di abuso, facendo quindi luce su qualcosa che tende a rimanere nell’ombra, consente di conoscerla e, dunque, di riconoscerla.

Nel caso specifico del cyberbullismo, non solo insulti scritti, più o meno velati, ma anche immagini, foto e video possono essere utilizzati per ferire la persona presa di mira. Quest’ultima, diversamente dalle situazioni di bullismo, fatica spesso a trovare un luogo in cui ripararsi e sentirsi al sicuro, perché la rete è ampia ed estesa (oltre a essere quasi sempre disponibile e presente su tutti i dispositivi elettronici). Internet, inoltre, con frequenza permette e tutela l’anonimato, una condizione che può rappresentare uno scudo per i soggetti più fragili ma che, al tempo stesso, può diventare un’arma per chi invece vuole nuocere.

Chi subisce cyberbullismo può sentirsi solo, sopraffatto dalle parole ingiuriose e dalle immagini usate contro di lui/lei e di cui talvolta, per l’appunto, non si riesce neppure a rintracciare l’origine. Bambini e ragazzi tendono quindi a isolarsi, a perdere interesse per le attività che prima appassionavano, a chiudersi anche rispetto alla parola.

Che fare, dunque? Lo sguardo attento e premuroso di mamma e papà può certamente attivarsi su questi comportamenti, campanelli d’allarme che segnalano uno scivolamento e una caduta del soggetto. L’ascolto rispettoso del proprio figlio, inoltre, può dare a quest’ultimo la possibilità di trovare le parole giuste per dire ciò che non va. Mantenere un occhio vigile, infine, sull’utilizzo della tecnologia – potendo anche dare il buon esempio in questo senso ­­­– è certamente utile.

In conclusione, poiché la solitudine è un vissuto che non di rado accompagna genitori e figli coinvolti in simili dinamiche, sottolineiamo sia il valore della rete sociale sia l’importanza di rivolgersi a professionisti, in campo psicoterapeutico ma anche legale, che siano in grado di aiutare la famiglia a districarsi tra le difficoltà e a riprendere in mano i fili dei loro desideri e delle loro passioni.


Per approfondimenti, rimandiamo al testo dell’Associazione Pollicino dedicato al tema della violenza psicologica: Un livido nell’anima. L’invisibile pesantezza della violenza psicologica (a cura di P. Pace, Edizioni Mimesis, 2018).




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